Gli anni di piombo: l’attentato terroristico delle brigate rosse

L’ASSALTO FASCISTA AL CIRCOLO CULTURALE CARLO PERINI

Gli anni di piombo: l’attentato terroristico delle brigate rosse

Dal 1975 iniziò la stagione degli “anni di piombo”. All’Università di sociologia di Trento erano già cominciati i primi discorsi sulla violenza e sul modo organizzativo di praticarla. Il nucleo storico delle brigate rosse era composto da Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mara Cagol, Maurizio Ferrari, Fabrizio Pelli, Alfredo Bonavita e si chiamava “comune numero uno”. Le brigate rosse avevano gradualmente alzato il tiro. Non più cortei, slogan rivoluzionari e scritte sui muri con frasi terribili di minacce di morte, ma furono pianificate le prime azioni militari aprendo, dapprima, gli anni delle rapine in banche e ai furgoni di portavalori, dei sequestri di persone e degli attentati; successivamente furono lucidamente pianificati, gli assassini politici con clamorosi e sanguinosi agguati, per passare ad individuare altri cittadini indifesi, bersagli della lotta armata.
Per i brigatisti rossi, i grandi nemici erano la Democrazia Cristiana, rappresentata soprattutto dalla corrente di sinistra capeggiata dall’on. Aldo Moro, considerato il cavallo di Troia dei comunisti all’interno dello Stato Democratico e il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, considerato il grande voltagabbana che aveva tradito la resistenza e abbindolato la base rivoluzionaria.
La politica del “compromesso storico” che vide la nascita del governo Andreotti con l’appoggio esterno del PCI, fu inaugurata con la “geometrica potenza di fuoco delle brigate rosse” che il 16 marzo del 1978, in via Fani a Roma, ammazzò la scorta dell’on. Aldo Moro che fu sequestrato e tenuto prigioniero in covi brigatisti. Il suo cadavere fu restituito in un’auto parcheggiata (la Renault rossa), 55 giorni dopo, in via Caetani nel centro di Roma.
Era il fatidico 9 Maggio!
L’atroce immagine del corpo assassinato di Aldo Moro, come in un’icona caravaggesca, giaceva costretto nel bagagliaio della macchina, con la mano sul petto e la testa reclinata.
Raggiunto l’obiettivo dell’uccisione di Moro, l’organizzazione terroristica intensificò la lotta armata con attentati e assassini seguendo un modello di criminalità comune. Caddero così, sotto il piombo delle colonne brigatiste non solo politici nelle più grandi città italiane (Milano, Roma, Genova, Torino, Firenze, Padova, Napoli) ma anche magistrati, docenti universitari, giornalisti, dirigenti ospedalieri, esponenti delle forze dell’ordine, guardie carcerarie, dirigenti di fabbriche, sindacalisti e, persino, cittadini comuni.
Milano pagò il suo contributo di sangue con l’uccisione di 20 persone, il ferimento di 65 cittadini inermi e oltre mille attentati. L’Italia ebbe complessivamente 489 morti ed oltre mille feriti.
Durante quegli anni di paura il circolo culturale Carlo Perini proseguì a programmare le sue iniziative per affermare i valori di libertà, di democrazia, di dibattito civile e democratico.
Il pubblico, sia pure intimidito da episodi verbali e talvolta anche fisici, seguitava coraggiosamente a partecipare alle nostre manifestazioni, grazie ai grandi personaggi del mondo politico e culturale, che facevano a gara per parlare ai cittadini della periferia milanese.
Torna su^^

Ci furono anche tristi serate di dibattito in cui giovani provocatori dei gruppuscoli extraparlamentari, fiancheggiatori dei terroristi, presero il sopravvento. La prevaricazione culminò con l’interruzione di alcune conferenze, a seguito di arroganti minacce all’incolumità fisica dei partecipanti.
Avevo, però, messo in cantiere l’aggressione nei miei riguardati da parte di qualche tossicodipendente, venne, al contrario, l’attentato delle brigate rosse.
Il 1 aprile del 1980 fui, di fatto, protagonista della triste e penosa vicenda di cui sono stato vittima, mentre assistevo ad una conferenza, tenuta dall’on. Nadir Tedeschi, nella sezione periferica della DC, in via Mottarone a Milano.
Un gruppo di quattro “brigatisti rossi”, appartenenti alla colonna Walter Alasia, imbavagliati e incappucciati, fecero irruzione con le pistole in pugno. Dopo avere insultato e minacciati i presenti, fui prescelto con altri tre amici per il “rito della gambizzazione”.
Fu quella un’azione di rappresaglia contro l’uccisione di quattro terroristi, da parte della polizia, in via Fracchia a Genova e fummo accusati di essere anche noi responsabili dell’uccisione dei loro compagni. Tale logica di violenza brigatista veniva infatti giustificata dal motto irragionevole “colpire uno per educarne cento”.
Fui, inoltre, accusato che, attraverso le iniziative culturali svolte dal Circolo culturale Carlo Perini, “facevo cultura per il sistema politico dominante, ingannando i proletari e i sottoproletari di Quarto Oggiaro”.
Dopo essere stato perquisito e depredato di tutti gli oggetti, persino della patente e del portafoglio con i soldi, fui, infine, condotto, sotto il tiro delle armi con silenziatore, in fondo alla sala e messo al muro con gli altri tre amici prescelti tra il pubblico, che assisteva ad una conferenza.
Una trentina di altri iscritti, anch’essi oggetto di razzia delinquenziale, furono messi in gruppo al centro della sala e costretti a reggere uno striscione inneggiante alle brigate rosse, fotografati e disposti in modo d’assistere terrorizzati alla macabra esecuzione.
Prima di essere messo al muro implorai il terrorista, che mi era fronte, a non spararmi perché avevo moglie e figli.
Rispose puntandomi la fredda canna della pistola alla tempia sinistra intimandomi: “inginocchiati stronzo!”.
Torna su^^

Mi accostai, lentamente, in fondo alla sala, senza però inginocchiarmi: benché sconvolto dalla paura, volevo morire in piedi.
Il gruppo dei terroristi era guidato dalla capo colonna Pasqua Aurora Betti, che era subentrata a Mario Moretti, arrestato per l’uccisione della scorta e per il sequestro dell’on. Moro di via Fani.
L’altro terrorista, “Silvio” (così si faceva chiamare il mio feritore, che seppi dopo chiamarsi Roberto Adamoli) mi era di fronte ad un metro di distanza.
Guardai la sua faccia incappucciata nell’attimo in cui diede un segnale e mi sparò quattro rapidi colpi di pistola, mirando per fortuna alle gambe e non alla testa.
Una pallottola trapassò la gamba sinistra, le altre tre la gamba destra. Udii distintamente gli spari ovattati dal silenziatore della calibro “7.65”. Crollai a terra urlando “mamma, mamma mia! Amici pensate ai miei figli”. Sentii un grande calore agli arti inferiori. Non svenni anche se il giramento di testa mi aveva fatto perdere la cognizione del tempo e vivevo la tragedia quasi fosse un sogno.
Quasi contemporaneamente alla mia esecuzione, gli altri terroristi scaricarono le loro pistole, mirando alle gambe, contro gli altri tre amici di partito (Eros Robbiani, Emilio De Buono e Nadir Tedeschi).
I vili terroristi accompagnarono gli spari al grido “ecco quello che meritano i servi di Kossiga!”, quel Cossiga” (senza k), che era all’epoca Presidente del Consiglio dei Ministri.
Fu un’operazione fulminea!
Mi guardai le gambe: erano immerse in una pozza di sangue che si mescolava a quello di Robbiani, che giaceva alla mia destra, immobile e con gli occhi sbarrati. Vidi, pure, distesi a terra, gli amici feriti Tedeschi e De Buono e mi sopravvenne un forte capogiro.
Non so quanto tempo sia rimasto in quella posizione; qualcuno mi si avvicinò, mi sfilò le cinghia dei pantaloni e la cravatta e mi legò stretto i polpacci, mentre il sangue sgorgava copioso dalle ferite.
Torna su^^

Fu allora che mi venne l’ossessione della famiglia e cominciai a gridare: “telefonate a mia moglie e pensate ai miei bambini”. Non ricordo quante volte ho ripetuto questa frase; smisi solo quando fui adagiato in barella per essere trasportato al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli, dove i medici riscontrarono la gravità delle lesioni alle arterie recise e al nervo sciatico spappolato.
Bisognava ripristinare la circolazione per evitare la cancrena. Necessitava la ricostruzione delle due arterie lese. Dopo 4 giorni di attesa fui trasferito agli Ospedali Riuniti di Brescia, nel reparto di ortopedia, per essere sottoposto a due lunghi interventi di “microchirugia” da parte di un’équipe di specialisti, guidati dal primario prof. Giorgio Brunelli.
Il primo intervento chirurgico avvenne l’8 aprile. Rimasi in camera operatoria per oltre 6 ore, e, per la lesione dell’arteria poplitea, fu praticato l’innesto di un primo bypass alla gamba sinistra, già gravemente compromessa dallo spappolamento del nervo sciatico, che aveva causato la paralisi dell’arto e, nel contempo, furono asportati i muscoli necrotici della gamba, raschiata fino all’osso. Dieci giorni dopo, a seguito di un aneurisma alla gamba destra, fui sottoposto, d’urgenza, al secondo intervento chirurgico che durò, anch’esso circa 7 ore, per praticare il secondo innesto bypass all’arto destro per la lesione dell’arteria tibiale. Furono, pertanto, sacrificate entrambe le vene safene delle gambe per l’innesto arterioso. Evitai sì l’amputazione degli arti, ma rimasero completamente paralizzati la gamba e il piede sinistro. Gli esiti permanenti d’invalidità furono e continuano ad essere disastrosi e per la deambulazione e per il processo di rivascolarizzazione del sangue, a seguito della recisione delle due arterie e della lesione del nervo sciatico.
Dalla lettura del volumetto “Ad un passo dalla morte – un gambizzato racconta” ci si può rendere conto che il mio racconto su questa tragica vicenda vuole rappresentare un documento umano di riflessione sulla violenza cieca e sull’odio politico e vuole dimostrare ai terroristi che la democrazia è stata più forte della loro barbarie. Sono convinto che, al di là del fatto personale, la mia vicenda assume un significato più generale e penso anche di carattere emblematico.
Ancora oggi, mi domando perché sia stato colpito così duramente dal terrorismo, alla stregua di un “vero nemico del proletariato”, proprio io che mi sono sempre schierato da parte della povera gente e, come lavoratore, a favore degli abitanti dei quartieri popolari, soprattutto di Quarto Oggiaro, uno dei quartieri più dimenticati della metropoli lombarda.
La cosa più triste fu quello di scoprire che i miei feritori erano giovani, che avevano frequentato alcuni incontri e dibattiti al Circolo culturale Carlo Perini.
Nel momento della mia testimonianza in Tribunale nel processo contro i brigatisti della colonna Walter Alasia, degli 85 detenuti ne avevo riconosciuti 84.