L’ASSALTO FASCISTA AL CIRCOLO CULTURALE CARLO PERINI

Terrorismo: Premessa 

Lo stragismo dei terroristi neri e l’assalto al Circolo Culturale Carlo Perini

Penso a piazza Fontana, ad un lontano 12 dicembre 1969, a quella bomba contro il popolo nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Mi trovavo appena a 150 metri dal luogo dello scoppio, in quanto lavoravo come impiegato nello stabile del Comune di Milano di via Larga. La madre di tutte le stragi provocò il massacro di 16 cittadini innocenti e 84 feriti e fu la pietra miliare della storia del nascente terrorismo in Italia, che insanguinò per un decennio la nostra storia, che divenne una tragedia nazionale.
È davvero così tanto lontano quel 12 dicembre del 1969, che segnò l’inizio della strategia degli opposti estremismi? Sono passati 33 anni e siamo ancora alla ricerca di verità e giustizia, tra depistaggi magistralmente pilotati dai servizi segreti deviati nostrani e dalla CIA (sigla della Central Intelligence Agency, un’organizzazione federale istituita dal Congresso degli USA, per coordinare e controllare tutte le attività di spionaggio e controspionaggio statunitensi) e intrecci perversi col terrorismo nero.
I tentativi per arrivare alla verità su quella bomba sono stati sempre frustrati per una ragione o per l’altra. La magistratura, costretta ad inseguire dapprima il labirinto della pista anarchica, poi quella della pista nera, ha trovato un primo sprazzo di verità dopo 32 anni, con la sentenza emessa in primo grado di giudizio dal Tribunale di Milano. Si tratta della sentenza di condanna all’ergastolo di tre presunti colpevoli della strage: Carlo Maria Maggi, Giorgio Zorzi e Giancarlo Rognoni, tutti fascisti di Ordine Nuovo.
Si osserva amaramente che il processo di primo grado concluso nel giugno del 2001, non è stato il primo per piazza Fontana e che non si conoscono gli esiti dei ricorsi in Appello e in Cassazione, che potrebbero annullare la sentenza emessa in primo grado di giudizio.
I criminali autori di tale follia non avranno forse mai un volto. La strage, senza colpevoli, esprime solo la consapevolezza, nella coscienza collettiva, dell’odiosa matrice politica del terrorismo nero e della destra eversiva neonazista, che ha tramato contro l’ordinamento costituzionale dello Stato Democratico in combutta con alcuni servizi segreti deviati.
Si ricorda che, a quel tempo e per tutti gli anni ’70, era di moda la teoria degli opposti estremismi e i gruppi neofascisti imperversavano e assoldavano squadre di picchiatori e si radunavano in gruppi ideologici sovversivi bene organizzati. Ben noti i giovani neofascisti del gruppo lombardo “La Fenice” e quelli veneti della “Rosa dei Venti”. I primi furono anche quelli che, con squadre di picchiatori assoldati da tutta la Regione Lombardia (Varese, Bergamo, Brescia, Pavia… Sesto San Giovanni, Monza, Milano), assalirono i partecipanti al dibattito antifascista promosso dal Circolo Carlo Perini.
Era la sera del 21 giugno del 1971!
Fioccarono biglie d’acciaio, furono scagliati sassi con le fionde, piovvero bottiglie molotov e candelotti incendiari, furono sparati colpi d’arma da fuoco che ferirono alla tempia, per fortuna in modo non grave, uno dei partecipanti al dibattito. La sede fu completamente devastata dai circa 80 picchiatori che infransero tutte le vetrate, rovesciarono e saccheggiarono, all’esterno, le macchine dei loro avversari politici presenti alla conferenza e, arroccati nell’interno del Centro Sociale di via Val Trompia a Quarto Oggiaro, nascondendosi sotto i tavoli o dietro le colonne per non essere colpiti.
Nei giorni seguenti una quindicina di noti fascisti assalitori furono individuati e denunciati per possesso di armi, di catene e di altri oggetti contundenti. Si trattava degli esponenti più in vista dell’eversione nera in Lombardia, composta da noti provocatori e picchiatori fascisti, molti dei quali, ben protetti da settori deviati dei Servizi Segreti dello Stato.
Alcuni di questi giovani protagonisti della violenza furono, alcuni anni dopo, anche indagati e sospettati per collegamenti e contatti avuti con i sanguinari artefici della strage in piazza della Loggia, avvenuta a Brescia nel maggio del 1974, ove si contarono 8 morti e 90 feriti senza trovare prove della loro complicità.
Il processo per l’assalto fascista al Circolo culturale Carlo Perini fu trasferito al Tribunale di Venezia, per legittima suspicione, in quanto fra gli oratori assaliti vi era anche un noto magistrato democratico di Milano: il dr. Domenico Pulitanò.
Cessato il clamore della strumentalizzazione politica dell’evento, il processo, allontanato da Milano, cadde nel dimenticatoio. La sentenza del Tribunale di Venezia fu emessa 7 anni dopo. Tutti i neofascisti imputati furono condannati a meno di due anni di carcere e il reato si estinse per prescrizione dei termini.
Torna su^^

Il massacro impunito della destra eversiva raggiunse, molti anni dopo, il suo culmine nell’infame strage fascista alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che causò l’eccidio di 85 persone vittime innocenti e il ferimento di 200 persone.
Si favoleggia che l’eccidio di Bologna fu una rappresaglia dei servizi segreti libici o dei servizi segreti francesi, ma la verità stenta a venire a galla e le connivenze con la P2 e con alcuni esponenti dei Servizi Segreti deviati confermano solo colpevoli depistaggi.
A nome dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, con sede a Torino, ormai da oltre 18 anni sono delegato a rappresentarla, in occasione dell’Anniversario della Strage: Bologna non dimentica la strage del 2 agosto. Ho avuto, così, modo di conoscere non solo i dirigenti dell’Associazione, ma anche moltissimi familiari delle vittime della strage. Ogni anno partecipo alla loro assemblea, che si tiene dopo la commemorazione ufficiale, che vede protagonisti esponenti rappresentativi del Governo, delle forze dell’Ordine, delle istituzioni nazionali e locali (Comuni, Province, Regioni), provenienti da molte regioni italiane, e di molti gruppi e associazioni della società civile e rappresentanti dei partiti politici e sindacali.
Gli anni ’70 furono la triste epoca in cui il “manuale delle guardie nere” insegnava che la violenza non è un capriccio, ma una necessità chirurgica. Una dolorosa necessità, profondamente morale per la disinfestazione materiale, che si esprime nella lucida follia di odio e di terrorismo politico, sfociato nello stragismo rimasto, sostanzialmente, impunito.
Mi sono, perciò, rimasti vivamente impressi il clima di terrore vissuto e lo shock che ebbi non solo in occasione dell’assalto fascista al Circolo Perini nel giugno 1971, ma soprattutto in occasione dell’attentato terroristico di cui sono stato vittima ad opera delle brigate rosse, il 1° aprile 1980.
Il manuale delle “guardie rosse” fu certamente il libretto di Mao, che diede la stura ad un verbalismo rivoluzionario giovanile, contagiato dalla malattia dei governi comunisti oppressivi e sanguinari. Il “gauchismo extraparlamentare” si trasformò, sia pure in modo parziale, in lotta armata con sequestri, attentati, ferimenti e uccisioni.
Il terrorismo dei giovani dei salotti buoni, istruiti, ben vestiti, con genitori o antenati illustri e con le mani ben curate, segnò la fine delle conquiste sociali del mondo del lavoro e di tutto quel popolo del mondo progressista, cattolico e marxista, che aveva lottato per la promozione umana e sociale dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati.
Il terrorismo fu, obiettivamente, funzionale al perdurare della egemonia di potere della Democrazia Cristiana e favorì, sostanzialmente, la sconfitta del Movimento Operaio in Italia. Il terrorismo dei figli della borghesia italiana uccise la politica del “compromesso storico” e, con il martirio dell’on. Aldo Moro, consentì il trionfo della D.C. regalandole due milioni di voti in più alle elezioni politiche del 1979. All’interno del partito di maggioranza politica si giunse alla resa dei conti.
Nel 1980 la politica del segretario uscente Benigno Zaccagnini fu sconfitta. La vittoria arrise a quel famigerato “preambolo anticomunista” di Carlo Donat-Cattin, che portò all’avvento dell’on. Flaminio Piccoli a Segretario nazionale del partito.
Si pose, in tal modo, la premessa per la fine del governo Cossiga e si avviò, così, la lunga era governativa del fasullo riformismo del socialista Bettino Craxi, che ebbe il grande merito storico di alimentare il fenomeno patologico della corruzione e delle ruberie politiche in Italia, superando, in maniera impressionante, la collaudata capacità di malgoverno della Democrazia Cristiana, madre e maestra di ogni illegalità.
In politica e in economia si affermava arrogantemente che in Italia non esisteva una questione morale. L’illegalità imperante aveva sancito la convinzione che ogni ruberia restasse sempre impunita.
Da ciò scaturì il discredito delle istituzioni e la delegittimazione dei maggiori partiti italiani. Grazie, poi, al concorso eversivo del terrorismo rosso e nero, la classe operaia registrò ulteriori sconfitte e cocenti umiliazioni, a cominciare dal referendum craxiano sull’abolizione della scala mobile per i lavoratori, che vide schierarsi, in prima fila, per tale abolizione, il sindacalista Fausto Bertinotti all’epoca amico e sfegatato sostenitore di Bettino Craxi.

Gli anni di piombo: l’attentato terroristico delle brigate rosse